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2016.01.31 — Non aderisco alla Lega italiana contro il liberismo

Dimensioni testo

Non leggo “il manifesto” causa la pochezza della sua direttrice e la deriva moderata del giornale, volta a salvaguardare il seggio di un gruppetto di parassiti politici senza arte né parte, altrimenti incapaci di svolgere una normale professione (ogni riferimento a Vendola e i suoi complici di Sel è voluto).

Giovedì 28 gennaio 2016, navigando su Facebook, mi sono imbattuto in una divertentissima riflessione di Roberto Ciccarelli, il quale sottolineava l’insipienza politica e intellettuale di una “cartografia parziale” di intellettuali impegnati contro il liberismo redatta da piero bevilacqua. Citando Foucault (il quale, lo ricordo a beneficio dello stesso bevilacqua, non era un produttore di pentole a pressione bensì un filosofo assai importante), Ciccarelli esponeva fondatissimi e da me condivisi motivi per chiedere di essere depennato dalla “cartografia parziale”. In alternativa, egli domandava di dimettersi dal titolo di filosofo che bevilacqua gli aveva attribuito.
Altri sapidi frizzi e lazzi nei confronti dell’appello venivano da diverse persone in esso incluse. Chi non era stato inserito non solo ironizzava, ma dichiarava la propria volontà di festeggiare con champagne in quanto non essere ricompresi in una simile nefandezza era ed è da ritenersi una nota di merito, un’onorificenza in confronto alla quale la Legion d’Onore è una flatulenza ovina.
Poiché possiedo il gusto dell’orrido, ho iniziato a cercare il testo della “cartografia parziale” (il cui titolo è Un’officina per l’egemonia culturale) reperendolo all’url http://www.eddyburg.it/2016/01/unofficina-per-legemonia-culturale.html . La lettura si è rivelata disagevole a causa di una sintassi che, eufemisticamente, definirei pseudo-ellittica (al netto degli eufemismi, invece, la etichetterei come degna di un film di Bombolo). Tuttavia, l’aspetto formale si rivelava marginale rispetto alla drammaticità della sostanza dell’appello, da cui emergevano livelli analitici mai raggiunti nemmeno da Maurizio Gasparri dopo il dodicesimo bicchierino di sambuca.
Sul contenuto (si fa per dire…) della “cartografia parziale” tornerò dopo. Per adesso faccio notare che i discendenti di Roberto Almagià, vedendo l’uso che bevilacqua ha fatto del termine “cartografia”, hanno minacciato il suicidio di massa (a beneficio del pluricitato bevilacqua ricordo che Almagià non è stato un torrefattore, bensì un fior di geografo).
La cosa che più mi ha sorpreso è stata l’inclusione del mio nome tra gli storici antiliberisti: piero bevilacqua ha agito in modo del tutto arbitrario.
Chi mi conosce sa che per un certo periodo la mia esistenza professionale si è svolta parallelamente a quella di bevilacqua. Si tratta di alcuni anni che ho rinnegato del tutto e dai quali ho appreso poco o niente.
Dell’uomo bevilacqua potrei dire migliaia di cose, tutte molto negative, ma si tratta di elementi che in questa sede non esporrò per due motivi:
1) non amo infierire sulle altrui miserie;
2) gli aneddoti più divertenti rappresentano il pezzo forte delle mie serate con gli amici.
Del bevilacqua storico credo invece di poter parlare. Disinvolto (non è un complimento), non propriamente accurato, convinto che il capitalismo sia entrato in una crisi mortale quando invece sta vivendo la fase di maggior forza della sua storia.
La dimensione politica di bevilacqua è, se possibile, ancora più esecrabile. Un gruppo di studiosi precari, tra cui lo scrivente, era riuscito a creare dal nulla “l’Università che vogliamo”, raccogliendo l’adesione di un migliaio di docenti universitari di tutte le discipline per chiedere una politica di salvaguardia dell’istruzione pubblica italiana. Il nostro bevilacqua – non propriamente un cuore impavido – dopo aver caldeggiato l’iniziativa se ne è stufato e l’ha mandata al macello. Lavorare stanca, avrebbe detto Pavese (che, lo si scrive sempre a beneficio di bevilacqua, non è stato un lattoniere ma uno scrittore tra i più significativi del Novecento). Del resto, la serietà non è esattamente una dote tra le più diffuse. E i giovani precari? Sono diventati più disoccupati e sottoccupati di prima, consci di essere stati illusi non solo da chi (s)governa questo paese, ma soprattutto da quelli che hanno promesso di perorarne la causa solo per gratificare il proprio ego ipertrofico.
Aveva ragione Battiato: le barricate in piazza le fai per conto della borghesia, che crea falsi miti di progresso. E i borghesi non amano i poveri. Adorano unicamente se stessi, vivono del proprio narcisismo e il solo loro obiettivo esistenziale è quello di mantenere il proprio culo al caldo, possibilmente chiedendo alla domestica di pulirgli 200 metri quadrati di casa in tre ore e senza pagarle i contributi.
Torno ora al contenuto della “cartografia parziale”. Il nostro (si fa per dire…) bevilacqua parla di “possibili scopi operativi” aggiungendo che “costituirebbe un passo importante mettere insieme, anche solo con una organizzazione in rete, un’associazione i cui membri, pur da posizioni politiche differenti, si sentissero impegnati a dialogare sul piano teorico e culturale”.
Alla non propriamente verde età di 70 anni bevilacqua non ha ancora compreso quel che si insegna in prima elementare, vale a dire che le pere e le mele non si sommano. Si può dialogare tra simili e/o tra contigui, non tra persone che hanno visioni del mondo irriducibili a un progetto comune. Per di più, dove sarebbe il progetto comune (intellettuale e/o politico) nella sua “cartografia speciale”? Se si vuole costruire qualcosa si deve stendere un piano “pro”, non “contro”. Ci si definisce in positivo, non in negativo.
Cosa vuol dire antiliberismo? Tutto e niente. Anche un entusiasta della società feudale è un antiliberista. Ciò spiega per quale ragione poche righe sopra ho definito bevilacqua disinvolto e non propriamente accurato. Non solo: questo dimostra la fondatezza delle mie parole. Uno studioso degno di detto nome basa la propria attività sul rigore e non si permette di operare con una simile sciatteria intellettuale.
Non si può nemmeno tacere un’altra questione: un giornale serio dovrebbe evitare di pubblicare cose tanto insensate. Il fatto che le sue colonne ospitino appelli così miseri è indicativo della crisi del giornale stesso e, più in generale, della sinistra italiana.
Nel testo si parla di una Lega italiana contro il liberismo basata sulla multidisciplinarietà. Se bevilacqua possedesse realmente un minimo di cultura saprebbe che l’acronimo della sua mirabolante istituzione (Licl) è di fatto identico alla formula molecolare del cloruro di lirio (LiCl), una sostanza che ha effetti tossici per l’organismo umano. Tra Licl e LiCl vi è dunque una significativa affinità: la dannosità della loro azione. Quando si dice il caso…
Dopo aver fatto fallire “L’Università che vogliamo”, bevilacqua invoca ora la nascita di una comunità la quale “anche nella sua forma virtuale, otterrebbe già il risultato di rendere visibile ciò che oggi è disperso, di attrarre e aggregare energie, rendere possibile una comunità cooperante di pensiero e di ricerca. Non è un surrogato del nuovo soggetto politico. E’ altra cosa”.
È altra cosa, dunque. E cosa, di grazia? Un club per il gioco del burraco on-line? Un gruppo di ascolto di C’è posta per te? Un’associazione di mutuo soccorso per risolvere il problema della psoriasi? Un circolo per la salvaguardia della balenottera comune? Un’associazione che difenda finalmente i diritti di chi si infila le dita nel naso e poi stringe vigorosamente la mano al collega in ufficio?
Con la modestia e il senso della misura che hanno sempre caratterizzato ogni suo comportamento, bevilacqua afferma: “Siamo convinti che la sconfitta delle sinistra [sic] in Occidente ha origini in un tracollo culturale e dunque di egemonia”. Non contento, aggiunge: “Non siamo peraltro così ingenuamente illuministi da credere che un simile esperimento possa esaurirsi in un ambito esclusivamente culturale”. I verbi al plurale non stanno a indicare la presenza di falangi oplitiche di intellettuali a supporto di bevilacqua, ma solo la sua propensione a ritenersi e rappresentarsi come un papa e a parlare di sé in prima persona plurale. Sprezzante del pericolo, egli ci ricorda che le masse devono essere con i sapienti e dunque saranno coinvolte nella Licl. Ho esposto la questione a un gruppo di operai delle acciaierie di Terni, i quali mi hanno guardato piuttosto speranzosi:
“Intendi dire che questo bevilacqua ha intenzione di mettersi davanti alla colata assieme a noi?”
“Ehm… No, non propriamente”.
“Ah, no?”
“No, direi di no. Lui vuole spronare gli intellettuali a riprendere il loro ruolo di guida delle masse…”
“Guarda che il navigatore satellitare in auto ce lo abbiamo tutti…”
“Ma non in quel senso, scusate…”
“Ah, non in quel senso? Allora te lo diciamo noi in che senso. Pochi mesi fa noi abbiamo fatto 35 giorni di sciopero con tanto di picchetto per salvare il nostro posto di lavoro. Se proprio bevilacqua sentiva il bisogno di solidarizzare con noi, poteva venire a darci una mano. Mica doveva fare tanto, bastava solo che ci avesse chiesto ‘Come state?’ e ci avesse pagato un caffè. Non tutti i giorni, intendi, bastava una volta sola…”
“Ehm…”
“No, no, niente ‘ehm’. Se proprio bevilacqua non poteva spostarsi, avrebbe potuto partecipare alle manifestazioni che abbiamo fatto a Roma. Senza stare in prima fila a prendere le manganellate, noi non chiediamo così tanto. Ma c’era ‘sto bevilacqua a Roma? A noi non risulta”.
“Ehm… No, non c’era. Però trascorre tutti i suoi weekend in Umbria”.
“Ah, ecco!!! Ecco cosa si intende con il concetto ‘stare vicino alle masse’. Interessante. Un lottatore, proprio… Senti, sono le due meno dieci, comincia il turno. Sai com’è, noi per lavorare dobbiamo stare dentro l’acciaieria, se siamo vicini a essa il padrone non ci dà lo stipendio, a differenza di quanto accade a bevilacqua”.
Insomma, dalla speranza alla disillusione il passo è stato breve. In ogni caso, bevilacqua farà presto a consolarsi. Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo, disse Brecht. Farà così anche lui (sempre a beneficio di bevilacqua ricordo che Brecht non è il proprietario delle acciaierie di Terni, ma è stato un geniale drammaturgo tedesco).

Vengo dunque alla fine del mio discorso. Io non voglio essere compreso nell’elenco degli antiliberisti e non ho la benché minima intenzione di far parte della Licl.
Io voglio che il mio nome sia tolto da quella lista perché nutro il massimo disprezzo nei confronti di piero bevilacqua, sia come uomo che come studioso. Con lui non voglio avere niente a che fare, né oggi, né domani, né mai.
Una persona dotata di un minimo di etica, prima di inserire nomi in un appello coinvolgendoli in una Lega, avrebbe chiesto loro il benestare. Poiché bevilacqua sta alla deontologia come Daniela Santanchè sta al garbo, questo non è avvenuto. La cosa non mi stupisce. Se bevilacqua avesse domandato l’autorizzazione alle varie persone, esse – leggendo l’appello e conoscendo l’uomo – gli avrebbero risposto con toni non urbani. Ma perché rinunciare all’occasione di riempire una pagina di giornale? Perché rinunciare al sacro desiderio di ergersi a duce degli intellettuali di questo paese? Perché non fare ammuina dando l’impressione alla collettività di essere interessato alle sue sorti? Non sia mai! E allora, giù!!! Mettiamoli tutti nella “cartografia parziale” senza dirgli niente.
Già (e qui vengo a un altro punto), mettiamoli tutti poiché tutti possono essere considerati antiliberisti, deve aver pensato bevilacqua.
Proprio per questo nella categoria “economisti” è stato inserito Fabrizio Barca, uno talmente antiliberista da aver rivestito il ruolo di ministro nell’esecutivo guidato da Mario Monti.
Che dire poi del filosofo Massimo Cacciari? E che dire soprattutto del suo collega Diego Fusaro? Fusaro è un uomo culturalmente così robusto che – coinvolto in una polemica con Valentina Nappi – ha fatto sembrare quest’ultima una fine intellettuale.
Io non voglio per nessuna ragione che il mio nome venga accostato a quello di Fabrizio Barca e Diego Fusaro. Con loro non ho nulla da condividere. Non voglio nemmeno avere a che fare con persone scientificamente poco solide (Ugo Mattei, ad esempio) con reazionari e narcisi di vario ordine e grado (Massimo Cacciari, Carlo Bernardini, Alberto Asor Rosa) nonché con altri personaggi di secondo piano e di inaudito squallore che in questa sede non nomino.
Nella “cartografia parziale” di bevilacqua vi sono comunque molte persone che stimo. Ad alcune di esse sono legato anche da un rapporto di amicizia. Non nominerò questi uomini e queste donne, sia perché non ho l’intenzione di fare l’elenco dei buoni e dei cattivi, sia perché l’affetto e il rispetto sono sentimenti da vivere con senso della misura. Spiattellarli è solo indice di meschino opportunismo. Alle amiche e agli amici esprimo la mia solidarietà: meritavano che il loro nome fosse finito in un contesto più degno.

Sempre nel pomeriggio di giovedì 26 gennaio 2016 si rifletteva su Facebook in merito al prodigioso appello oggetto anche di queste riflessioni. Una persona che in questa sede non nomino dichiarava con gioia di essere scampata alla “cartografia” di bevilacqua. Ecco il resto del dialogo:
Saverio Luzzi: Professore, perché lei no e io sì? Cosa ho fatto di male?
Professore: Devi saperlo tu. Fai un sereno esame di coscienza.
Professore: Forse hai scritto parole infuocate contro il pensiero di un certo “Ayeck”.
Saverio Luzzi: No, professore, le assicuro che mai in vita mia mi sono occupato di disk jockey senegalesi.

Non si tratta di uno scherzo: per bevilacqua, Friedrich August von Hayek si scriverebbe Friedrich August von Ayeck. Quando si dice la cultura… Penso che una castroneria simile non l’avrebbe scritta nemmeno Francesco Facchinetti. A proposito: mi piacerebbe chiedere a bevilacqua come si scrive “Nietzsche”. Chissà cosa risponderebbe?

A differenza di Roberto Ciccarelli, chiedo la cancellazione del mio nome da questo appello misero e insensato, ma non offro alcuna alternativa. A lui andrebbe bene anche non essere più considerato un filosofo, mentre io l’appellativo di “storico” lo conservo con una certa fierezza e non vi rinuncio. Semmai è bevilacqua che dovrebbe farne a meno, ma ovviamente non sarò certo io a chiedergli di comportarsi in un determinato modo. Ognuno è libero di agire come meglio crede, perfino di varcare le soglie del ridicolo. L’importante è che poi non si lamenti se qualcuno glielo fa notare.




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http://www.eddyburg.it/2016/01/unofficina-per-legemonia-culturale.html

Un’officina per l’egemonia culturale
di Piero Bevilacqua — 28 Gennaio 2016


«Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline». Il manifesto, 28 gennaio 2016


La mappa di studiosi italiani di varie discipline, che qui viene cartografata, nasce un po’ per gioco, un po’ per curiosità ricognitiva dell’arcipelago dei saperi dispersi del nostro paese.
Si tratta di una geografia tracciata alla buona, fondata su conoscenze personali, su rapide ricognizioni bibliografiche oltre che su qualche amichevole suggerimento. Dunque inevitabilmente lacunosa. Essa comprende per lo più docenti universitari di tutte le fasce, anche ricercatori precari, poche figure intellettuali autonome, alcuni docenti scolastici che possiedono un loro rilievo intellettuale e svolgono un ruolo importante di organizzatori culturali nel proprio territorio.
Un elenco, necessariamente incompleto (mancano artisti, editori, giornalisti, uomini di cinema e di teatro, personalità di spicco fuori dall’accademia) che vuole costituire solo l’occasione per l’avvio di una riflessione di carattere generale. Ci auguriamo che venga infoltito da chi non abbiamo incluso per ovvio riserbo o per dimenticanza.
Che cosa unisce queste figure tra loro così diverse per specifico peso intellettuale, per impegno militante e appartenenti a così diversi campi del sapere?
Un comune denominatore molto ampio, in grado di tenere insieme anche posizioni politiche distanti: la critica alla cultura neoliberistica, alle sue strategie e alle sue pratiche.
La messa in evidenza di tante intelligenze convergenti in un fronte culturale differenziato, ma comune, mostra una potenzialità egemonica resa inattiva dalla loro frantumazione. In assenza di un grande collettore politico generale, esse si disperdono individualmente nei singoli campi specialistici, senza riuscire a elaborare il progetto di controffensiva teorico-politica che la fase storica richiederebbe.
Appartiene ormai al senso comune il fallimento delle politiche neoliberistiche che hanno imperversato negli ultimi 30 anni. Ma vi appartiene ormai anche la constatazione della loro vitale persistenza pratica: benché la sostanza egemonica si sia dissolta, lasciando il posto al puro scheletro del dominio.
In verità, appare ormai evidente che il neoliberismo non è più tanto un corpo di dottrine, non sono soltanto i dettami di Ayeck o di Friedman, economisti defunti che dirigono ancora le menti dei loro colleghi viventi.
Il neoliberismo è la forma di razionalità assunta dal capitalismo nel nostro tempo, è il capitalismo all’opera. Ma il suo fallimento storico, oltre che in tutto ciò che appare evidente – la crisi economica, le disuguaglianze crescenti, l’instabilità dei sistemi politici, lo svuotamento della democrazia, le guerre come mezzo di regolazione dei rapporti internazionali, i gravi squilibri ambientali –andrebbe considerato anche in un aspetto poco osservato, eppure di grande significato.
Le società capitalistiche contemporanee, al cui interno è sorta una così straordinaria varietà di saperi, di conoscenze, di orizzonti intellettuali – come quelli che figurano nella nostra parzialissima mappa — sono sempre più dominate, com’è noto, da un pensiero unico.
Tanta ricchezza dell’umana ricerca e intelligenza finisce per confluire, trova il suo fine ultimo, come in un paradossale imbuto, nel basso orizzonte di una razionalità prossima a una forma di ossessione. Di fronte alla inedita varietà delle forme e delle direzioni di lettura e rappresentazione del mondo, che i vari gruppi intellettuali oggi sono in grado di offrire, la razionalità capitalistica riduce e immiserisce la complessità, tende a imbrigliare la realtà sociale nelle maglie di pochi imperativi di dominio: supremazia dei mercati, competizione, efficienza d’impresa, capacità di prestazione, flessibilità del lavoro, riduzione dello stato. E ormai sappiamo che non si tratta di regolamentazioni esterne al libero fluire della società, che consentono poi la piena espressione delle libertà individuali. Questo lo immaginavano illusoriamente i soci di Monte Pelerin.
Al contrario, esse plasmano e innervano l’intero universo delle relazioni umane, forgiano le soggettività, entrano nelle coscienze e le piegano al loro dominio unidimensionale. E infatti appare evidente come gli individui “resi liberi” dalla razionalità capitalistica non solo annaspano in una società agonistica e desertificata, ma sono compulsivamente spinti nel tunnel di un unico scopo replicativo: produrre e consumare sempre di più.
Le necessità elementari dell’homo sapiens, quelle che sono state la base della sua sopravvivenza, produrre e consumare, per l’appunto, sono diventati gli obblighi ossessivi degli individui nelle società capitalistiche mature.
A partire da tale constatazione si dovrebbe comprendere quale rilievo politico di portata strategica viene ad assumere il dialogo tra le discipline e i saperi per ricomporre una razionalità generale contrapposta alla desertificazione nichilistica presente.
Dialogo reso drammaticamente urgente da una constatazione a cui non ci si può sottrarre. La maggiore minaccia globale che si erge davanti a noi, il riscaldamento climatico, è stata resa possibile anche dalla direzione che hanno preso le scienze contemporanee, impegnate, ciascuna nel proprio ambito, a indagare e manipolare la natura smembrata in campi separati (della chimica, della botanica, della fisica, della genetica, ecc) a fini di dominio economico. Nessuna di esse ha guardato alla natura come a un tutto connesso, un sistema di equilibri da pensare nella sua totalità. Non per nulla l’Onu ha istituito l’Ipcc, consesso mondiale di saperi multidisciplinari per lo studio del clima, a fini di previsione e di riparazione del danno compiuto.
Dunque, per venire ai possibili scopi operativi, costituirebbe un passo importante mettere insieme, anche solo con una organizzazione in rete, un’associazione i cui membri, pur da posizioni politiche differenti, si sentissero impegnati a dialogare sul piano teorico e culturale.
L’obiettivo da perseguire è una critica multidisciplinare della razionalità neoliberista, tentare i sentieri di una possibile cooperazione tra i saperi, in grado di fondere scienze della natura e umanesimo quale base di un nuovo progetto di società.
Una Lega Italiana Contro il Liberismo, anche nella sua forma virtuale, otterrebbe già il risultato di rendere visibile ciò che oggi è disperso, di attrarre e aggregare energie, rendere possibile una comunità cooperante di pensiero e di ricerca. Non è un surrogato del nuovo soggetto politico. E’ altra cosa.
Siamo convinti che la sconfitta delle sinistra in Occidente ha origini in un tracollo culturale e dunque di egemonia, nell’incapacità dei partiti operai e popolari di fornire soluzioni ai problemi del capitalismo nel secondo ‘900. Mentre i successi dello stato sociale hanno narcotizzato per decenni il pensiero critico e l’antagonismo delle élites intellettuali.
Non siamo peraltro così ingenuamente illuministi da credere che un simile esperimento possa esaurirsi in un ambito esclusivamente culturale. I mutamenti del pensiero, le sue creazioni, sono figli del conflitto. Marx non sarebbe stato Marx senza Hegel e Ricardo, ma soprattutto senza il 1848: l’anno delle rivolte operaie e popolari in tutta Europa. E tuttavia non sono certo i conflitti che mancano al nostro tempo, destinati a ingigantirsi e inasprirsi per effetto delle disuguaglianze crescenti.
Ciò che manca, in una società che tende a dissolvere nel mercato istituzioni e forze organizzate, a privare gli individui del collettivo sociale, a sbriciolare perfino le forze oppositive in frazionismi settari, è la capacità di aggregare, di creare presidi unitari, istituzioni sottratte alla razionalità che divide gli uomini e li domina.

Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline

Economisti
Nicola Acocella, Piergiovanni Alleva, Alberto Bagnai, Andrea Baranes, Leonardo Becchetti, Nicolò Bellanca, Fabrizio Barca, Giacomo Becattini, Giampiero Betti, Mauro Bonaiuti, Emanuele Brancaccio, Mauro Callegati, Guglielmo Carchedi, Roberto Cellini, Domenico Cersosimo, Roberto Ciccone ‚Pierluigi Ciocca, Valeria Cirillo, Vincenzo Comito, Marcello De Cecco, Amedeo Di Maio, Marta Fana, Lia Fubini, Andrea Fumagalli,Giorgio Gattei, Adriano Giannola, Sergio Cararo, Nadia Garbellini, Francesco Garibaldo, Enrico Grazzini, Maurizio Franzini, Wladimiro Giacché, Paolo Leon, Giorgio Lunghini, Riccardo Bellofiore, Riccardo Realfonzo„ Thomas Fazi, Mario Pianta, Ugo Marani, Loretta Napoleoni„ Antonella Stirati, Laura Pennacchi, Michele Raitano, Alessandro Roncaglia, Giorgio Ruffolo, Stefano Sylos Labini, Luciano Vasapollo, Daniela Venanzi, Giovanna Vertova Gianfranco Viesti, Carmen Vita, Stefano Zamagni, Alberto Zazzaro.

Filosofi
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Giuristi
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