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2015.04.09 — Un ricordo di Giovanni Berlinguer

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Ho molti cari ricordi di Giovanni Berlinguer. Vari sono legati a lettere che egli mi spedì. Parole bellissime che mi rivolse in relazione ai miei libri, espressioni delle quali vado fiero e che continuo a essere convinto di non meritare. Curioso e insolito che una persona così matura e con tanta esperienza rivolgesse tanti complimenti a una nata mezzo secolo più tardi.

A Giovanni Berlinguer devo molto. Aver letto i suoi libri mi ha insegnato che la scienza deve servire ai più deboli. Non si studia e non si scrive per chi sa, ma per chi non ha il privilegio di sapere. E si adotta estremo rigore scientifico per difendere chi ha meno.
Chi ha letto libri come “Borgate di Roma” e i vari studi berlingueriani sulle condizioni di vita dei ceti marginali, chi conosce il suo lungo lavoro di scienziato e di politico per la nascita di un Servizio sanitario nazionale universale sa di cosa parlo. Chi conosce volumi come “La salute nelle fabbriche” non può non rimanere colpito dalla forza della denuncia delle condizioni in cui i lavoratori italiani erano costretti a svolgere le loro attività. Una forza che era al contempo morale e scientifica, animata da toni scevri da ogni demagogia.
L’elenco dei libri di Giovanni Berlinguer è lungo, e ancor più lo diventa se si prendono in considerazione i suoi interventi in convegni e dibattiti. Da essi emerge una tensione originale, espressa spesso con toni giocosi e autoironici e inframmezzata da citazioni dell’amatissimo Giuseppe Gioachino Belli. Ma in mezzo a questa leggerezza, in mezzo a questa pervicace volontà di arrivare a chi meno sapeva, vi erano questioni assai problematiche, su tutte la sofferenza derivante dal difficile rapporto tra il Pci e la questione ambientalista. La fabbrica era anche il luogo del lavoro e dell’emancipazione delle masse e quindi la critica doveva conciliare la richiesta di condizioni più giuste per chi vi era dentro (e per chi vi viveva nei pressi) e la salvaguardia del posto di lavoro. Ma la prospettiva gradualista in cui Giovanni Berlinguer incanalò la sua lunga battaglia scientifica e politica non faceva sconti. Certo, vi furono ritardi (si pensi alla posizione filonuclearista portata avanti dal Pci fin quasi all’incidente di Chernobyl), ma in essi non è possibile scorgere alcuna posizione strumentale. E Giovanni Berlinguer visse questi ritardi elaborando sempre posizioni aperte al dialogo e al confronto (quindi, in modo veramente scientifico e politico), alla costante ricerca di un miglioramento di sé e delle proprie posizioni.
Giovanni Berlinguer partecipò a una presentazione del mio libro “Il virus del benessere”. Mentre io ero fuori dalla sala intento a parlare con altre persone, egli, saputo che tra i presenti vi erano mio padre e mio zio (due operai in pensione che hanno sempre votato per il Pci), volle alzarsi e andare tra il pubblico a salutarli di persona. Mio padre e mio zio, che solo per pudicizia non lo avevano salutato prima, rimasero a bocca aperta.
Di quella giornata – la quale appartiene a una fase della mia vita che per mia grande fortuna si è chiusa – ricordo anche altre cose. L’intervento di Berlinguer, ad esempio, il quale non fu di circostanza né di mera testimonianza, ma fu di analisi storica. Egli volle interromperlo prima della sua conclusione naturale poiché aveva occupato troppo tempo ed egli non voleva occupare lo spazio degli altri relatori (ah, la buona educazione! Che dote rara!). Dopo di lui purtroppo parlò una povera cretina senza arte né parte, vincitrice di un concorso per meriti che nulla hanno a che fare con la scienza e inusitatamente invitata in quel contesto da un suo pari in cialtroneria, disonestà morale e materiale. Alla mia seccatura (comunque piuttosto velata), Berlinguer fece da contraltare con un fastidio palese e con qualche parola sottovoce di disprezzo verso la modestissima relatrice, il cui intervento era a metà tra il patetico e l’idiota, e tuttavia pienamente incanalato in un ambito di abissale ignoranza. Rimasi con l’amaro in bocca per non aver potuto udire l’intervento completo di quell’uomo magro e occhialuto, le cui dita magre erano piegate dal tempo e la cui espressione tradiva una vivacità intellettuale insopprimibile.
Guardandolo e ascoltandolo ricavai di lui il giudizio che speravo di ricavare. Giovanni non era Berlinguer perché fratello di Enrico. Giovanni sarebbe stato Berlinguer anche se Enrico non fosse stato un uomo politico e addirittura anche se Enrico non fosse mai nato. Con l’espressione “essere Berlinguer” intendo essere una persona profonda, integra, colta e sensibile, moralmente inattaccabile e umanamente immensa. Un intellettuale e un politico con tratti di umiltà e di sincerità che non esito a definire disarmanti. Giovanni era Berlinguer (quindi un uomo, uno scienziato e un politico nobile, distante mille miglia dalla pochezza e dalla corruttela dei nostri giorni) per meriti assolutamente propri e la sua conoscenza diretta me lo ha confermato.
Averlo conosciuto è stato uno dei privilegi più grandi della mia vita. Come detto in apertura, gli devo molto, ed è una delle pochissime persone verso le quali riconosco un debito che mai potrò ripagare. Spero che queste parole possano servire come modesto ringraziamento per quel che mi ha insegnato.

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